Auto-presentazione

Auto-presentazione: l’istante compositivo

Sono arrivato alla musica progressivamente. Le mie passioni erano inizialmente tutte insieme, tra letteratura, filosofia e musica. Fin da abbastanza giovane. Il fatto di trovare tanti libri in casa mi ha portato naturalmente a appropriarmene. L’ambito dell’arte e della riflessione è quello che mi ha appassionato di più, in tutti i sensi, fin da subito. Lo shock della scoperta della musica si è riflesso in tutti i miei pensieri abbracciando ogni aspetto del mio quotidiano, che cerco di rendere coerente con il tutto. Poi mi sono messo a ascoltare, ma soprattuto a pensare la musica. Il mio primo brano si intitola « La musica che non ho in mente ». Questi pensieri, che si univano al fare come du aspetti di un’unica attività univano e congiungono ancora oggi il desiderio di definire una sorta di equilibrio, tramite un rapporto, tra la realtà che vivo e quella che sogno tramite la musica.

Queste ispirazioni entrano nel mio comporre, che ho imparato a volere, come prima, e ultima, cosa, libero, totalmente, da ogni tipo di costrizione. Penso fondamentalmente che se posso dire qualcosa di utile posso farlo solo in prima persona, ponendomi dal punto di vista unico che posseggo. Il mio processo compositivo si orienta a trovare quest’unico punto di vista (lo chiamo istante compositivo, dove il tempo del pezzo e quello della vita ordinaria si toccano), da cui cerco di fare sgorgare tutto, nella maniera più personale. Questo tipo di attività psicologica e compositiva insieme è caratterizzata da una sorta di raggelamento, di rappresentazione sospesa di uno stadio del divenire temporale che corrisponde a una emozione o a un sentire di ogni genere, sentito o voluto fare percepire all’uditore. La mia musica si compone di stati di coscienza che sono in qualche modo rappresentati secondo l’intento di indicare tramite la musica una parte di un processo cognitivo.

A volte coloro che guardano certe mie partiture mi dicono che c’é uno spirito di rinuncia, per via delle poche note e della decisione di ricorrere a pochi artifici. Io rispondo sempre più spesso che non c’é la minima traccia di rinuncia nella mia musica, ma ricerca del suono, di quel suono, senza compromessi. Non rinuncio, ma ricerco precisamente una cosa: il mio suono, la mia forma, la mia musica perché in fondo mi sembra questo l’obiettivo artistico più importante. Cerco di ascoltarmi e di ascoltare quello che nel fare musica la musica stessa mi richiede di fare; in questa dialettica nascono i miei pezzi, che sono il frutto di un lavoro di scavo, principalmente, di lavorio in continuo sull’indefinito che si definisce, sul disordine che per magia e semplice forza si fa ordine, provvisorio e indefinito. Questo si ricollega a una sensazione più generale che abbraccia, come una sorta di ontologia, l’esperienza del tutto. In questo mi riconosco nella distinzione che qualcuno fa tra forma formans e forma formata. Mi inserisco tra queste due dimensioni.
Non riesco a pensare che l’ordine esista in sé nella natura, ma che l’ordinamento, o più semplicemente la relazione gerarchica delle cose, la creiamo noi interagendo con esse; tento di investigare questo stato nascente delle cose dalle cose. Così interagisco e cerco di ascoltarle e di ascoltarmi tramite esse. Questo doppio vincolo è irrinunciabile per me. Mi trovo così oggi a lavorare sul tempo che costruisce la musica, che la fa tramite me; questa variabile del tempo che richiede, che ordina, qualcosa al compositore è l’elemento che più ancora mi stupisce e mi lascia meravigliato: il tempo, che fa sgorgare le cose come in un madrigale, che sintetizza nel tutto una forma che non è forma, ma che è formata dall’emozione. All’interno di questa costruzione, della quale dubito perché non la capisco, compongo, cercando di fare in modo che la composizione prenda la forma che le è propria e lasciando che il tempo lasci le sue tracce, logiche e musicali, nel pezzo che si fa nella memoria e nello spazio della partitura. Il divenire si compone di episodi che indicano il divenire e il germogliare delle cose in continuo. Mi sembra così di imitare la natura e di inserirmi in un processo generativo più ampio.

Aprile 2014 – settempre 2016

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